Peccato e misericordia

V Domenica di Quaresima - Anno C

La responsabilità, meglio delle telecamere e della polizia.

Il Vangelo di questa domenica racconta una scena bellissima, quasi una sequenza cinematografica. Gli scribi e i farisei in cerchio, con le pietre nelle mani, baldanzosi per avere trovato l’occasione buona per mettere in difficoltà l’odiato maestro; la poveretta buttata là in mezzo come uno straccio; Gesù in piedi, per niente preoccupato. Falsi come sempre, lo lusingano con un titolo che non gli hanno mai riconosciuto: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». È una trappola ben congegnata. Se dice di salvarla, va contro la Legge. Se dice di condannarla, cancella la fama di uomo buono e misericordioso. Gesù non risponde a parole ma chinandosi, per scrivere col dito per terra.

Cosa avrà scritto?

Nemmeno i biblisti più famosi e accreditati hanno trovato una risposta certa ed esauriente, perciò ognuno può leggerci ciò che vuole. Sicuri invece sono la sorpresa e il nervosismo dell’attesa. Finalmente Gesù si alza, ma non si mette a discutere con loro: li sfida con la provocazione, diventata giustamente famosa: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». Poi si china di nuovo, ricominciando a scrivere per terra. E quelli – incredibile! - invece di reagire e di protestare «udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani».
Come mai i farisei e gli scribi, suoi contestatori maniacali, rinunciarono a lapidarla? Cosa li ha trattenuti? Viene da pensare che quel dito, scrivendo per terra, in realtà aveva scritto nella loro coscienza.

Non peccare più

Il finale della scena non è meno bello. Lasciato solo con la donna là in mezzo, Gesù le dice: «Neanch’io ti condanno… va’». Se fosse finita con il congedo della donna, la vicenda sarebbe apprezzata senza obiezioni anche oggi, perché perfettamente in sintonia con il modo di pensare e di vivere per il quale tutto si può fare e perciò non c’è niente da perdonare.
Invece con il «d’ora in poi non peccare più» iniziano le obiezioni. “Non peccare più. Che significa? Dov’è il peccato? Chi lo dice e lo decide che l’adulterio è peccato? Vogliamo tornare al Medioevo? Ormai non c’è più la famiglia tradizionale, patriarcale, oscurantista: ‘moglie e marito’. Poi, ammesso e non concesso che la donna abbia sbagliato, l’avrà fatto sicuramente non per colpa sua, ma per avere avuto un padre patrone o un marito despota”.

Il «d’ora in poi non peccare più» di Gesù non è il prezzo da pagare per il perdono ricevuto, né tanto meno un atto intimidatorio, ma l’invito alla responsabilità, quindi alla verità, e alla libertà. Se si nega a Dio l’autorità di indicare il bene e il male, e lo si sostituisce con il “che male c’è? Lo fanno tutti”; con il “la vita è la mia e la gestisco io”; con il “faccio come mi pare e piace”, non si ha una società libera da tabù e gabbie moralistiche, ma il “proibiamo tutto”. Se ne stanno accorgendo anche quelli sicuri di poter fermare il male alla foce, dopo averlo lasciato sgorgare dalla sorgente: il “va’ e fa’ come ti pare” sta portando nella compagnia degli scribi e dei farisei con le pietre in mano a reclamare più leggi, più divieti, più pene e più severe, telecamere dappertutto, anche dentro gli asili e i ricoveri per anziani, dentro le scuole, più poliziotti e carabinieri per difendere – pensa un po’! - medici, infermieri, insegnanti, compagne. E i ragazzi educati al “fai quello che ti pare” girano con il coltello in tasca, si picchiano e picchiano disabili e deboli.
Al contrario di ciò che può apparire, il “non peccare più” non riporta indietro ai tabù, ma alla riscoperta della responsabilità individuale e della misericordia di Dio che rimette in carreggiata. Non è un percorso facile, ma come recita il salmo che abbiamo pregato: «Chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia».


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